Mauritania
- 17 feb
- Tempo di lettura: 30 min

Antica Chinguetti, quel che emerge dal deserto
2 note di commento
Il viaggio si è svolto alla fine dell’anno, periodo secco, niente piogge, nuvole intravviste di mattina sul mare e mai più, temperature ottime di giorno, tra i 23° ed i 30°, ma clima desertico quindi secco e ventilato. Notte più fresche, ma a parte quelle sul mare dove di mattina arriva l’umidità, temperatura sempre oltre i 10°, sovente verso i 15°. Per entrare in Mauritania occorre il passaporto con validità residua di 6 mesi, ed il visto elettronico da richiedere sul sito https://anrpts.gov.mr/visa/requestvisa. Il pagamento di 55€ va effettuato solo all’ingresso. Per il tour ci siamo avvalsi dell’organizzazione di Mauritania Deserte Voyages, che ha fornito praticamente tutto a parte sacco a pelo e cuscino. Gli autisti delle jeep non parlano lingue straniere, ma al seguito era presente una guida che parlava fluentemente inglese e francese. L’agenzia aveva fornito anche una jeep per cuoco ed aiutante, autonoma, servizio rivelatosi molto utile poiché ha permesso grossi risparmi di tempo non dovendo stare ed anche di più. Data la tipologia del viaggio, interamente nel deserto, i pagamenti sono rarissimi, giusto per souvenir, poiché anche le bevande durante gli spostamenti sono fornite, oltre a tutto il cibo. Trattandosi di un paese musulmano non ancora avvezzo al turismo, alcol introvabile e non permesso introdurlo. I rari prezzi indicati sono da intendersi a persona quando non specificato, la valuta locale è l’Ouguyia, identificata come MRU, indicativamente 1€=48MRU, oppure 1MRU=0,021€. Nei luoghi turistici il francese è ampiamente parlato, meno l’inglese, data la storia di colonizzazione francofona. Connessione telefonica, nel deserto la copertura è sporadica, ma la guida al seguito aveva il servizio di Starlink, quindi di sera ci si poteva connettere ovunque, almeno fin quando non decideva di andare a dormire staccando il servizio, a volte disponibile anche nelle veloci pause pranzo, dove però la possibilità di fare escursioni a piedi ne limitava, fortunatamente, l’utilizzo. Ci possono essere e-sim varie, ma resta il fatto che nel deserto la copertura raramente è presente, direi opzione superflua. A parte la notte a Chinguetti (denominata sul posto anche Chinguitti) e nel campo fisso di Arkeiss, si crea il campo nel nulla, quindi niente servizi igienici, consumo di acqua limitato al lavaggio denti, necessità di avere al seguito salviette umidificate, con la fortuna che il secco del deserto limita la sudorazione. Insabbiamenti all’ordine del giorno, serve buona lena nello spingere le jeep fuori da quelle situazioni, a volte procurandosi rami e sterpaglie ove possibile. Nonostante sia inverno, le giornate sono lunghe, il sole sorge verso le 6:30 e tramonta dopo le 18, ovviamente il cielo stellato che regalano le notti nel nulla non sono mai completamente buie, in ogni caso una torcia facciale è utile. In inverno il fuso orario rispetto all’Italia è di 1h indietro.

Tra le dune di Azoueiga
1° giorno
All’aeroporto di Bologna, check-in di Royal Air Maroc per imbarcare il bagaglio da stiva, la fila è più lungo per chi ha fatto il check-in on line poiché solo un banco è aperto rispetto ai 3 per chi non si è mosso in anticipo. Qui mi rilasciano la carta d’imbarco che vale per entrambi i voli, on line il secondo volo non era ottenibile. Controllo prima dell’imbarco veloce, quello passaporti extra Schengen ancora di più, basterebbe un anticipo molto limitato per accedere all’aeroporto. Il volo della RAM per Casablanca è puntuale, nelle 3h di volo è servito un pasto completo e bibite a piacimento, a bordo di un Boeing B737-8max. Non c’è lo schermo personale, ma una porta usb utilizzabile per ricariche, uno schermo ogni 4 file per seguire l’itinerario di volo. Atterriamo in perfetto orario, lo spostamento da un terminal all’altro è veloce, meno di 20’ compreso il controllo del bagaglio a mano dove non incontro nessuno, buon orario verso sera. Tante poltrone per l’attesa, wi-fi a disposizione con veloce registrazione, unico appunto, per ricaricare componenti elettroniche ci sono solo alcuni totem, le prese di corrente a fianco delle poltrone son tutte disabilitate. Luoghi per mangiare e bere non mancano, ma con 2 voli a fila il cibo è assicurato, quindi non ho testato nulla. Il volo per Nouakchott è puntuale, a bordo di un B737-800, più stagionato e senza la possibilità di utilizzare ricariche. Anche durante questo volo, 2:50, è servito un pasto completo prima dell’arrivo puntuale in un aeroporto piccolo e senza vita se non per le circa 200 persone del volo. Le pratica di accesso sono lentissime, uno a uno occorre passare all’ufficio visti, dove un’unica persona (la seconda dorme per terra nell’ufficio) mette i timbri sul visto richiesto on line da presentare rigorosamente stampato. Da qui si passa in altri 2 uffici per riportare i dati del visto a pc con controllo passaporto, in uno di questi si devono pagare i 55€ (rigorosamente scambi e in contanti, no monete), se vi capita la registrazione in quello non idoneo al pagamento, doppia fila. Finito? Certo che no, c’è il vero e proprio controllo passaporto con apposto il timbro e finalmente si può ritirare il bagaglio che a quel punto è già stato scaricato dalla cinghia di distribuzione. Ad uno di noi il bagaglio non è arrivato, il lost&found chiuso a quest’ora di notte, fortunatamente l’addetto dell’agenzia è con noi all’interno dell’aeroporto e sbrigherà a seguire le pratiche. Prima di uscire controllo raggi X dei bagagli, e dopo circa 2:30 siamo pronti a partire per l’hotel dove faremo tappa per pochissimo tempo. Di notte le strade della capitale sono deserte, in 25’ raggiungiamo l’Hotel Emira (wi-fi, acqua minerale) dove velocemente prendiamo possesso di una bella camera. E’ quasi l’alba ma prima di un veloce sonno, una doccia in uno splendido bagno ci sta, potrebbe essere l’unica del viaggio. La temperatura è decisamente piacevole prendendosi dal freddo italiano.

Una guida per Ouadane
2° giorno
La sveglia trilla dopo poco più di 2h, tempo di colazione nel ristorante attiguo, a buffet, ottima ed abbondante, c’è di tutto, con omelette o uova sbattute fatte al momento davanti ai nostri occhi, buon inizio. Le jeep, le canoniche Hilux Toyota, che ci trasporteranno per tutto il viaggio sono già pronte, caricate di tutto a parte i nostri bagagli che vengono stivati nel retro dei pick up e ben coperte per evitare che siano invase dalla sabbia. Prima di lasciare Nouakchott, alcuni stop per recupera alcune provviste fresche e pane, poi si parte lasciando la capitale passando per i soliti posti di blocco che immancabilmente s’incontrano in uscita ed entrata di ogni città, paese, villaggio. Ci accorgiamo lungo il percorso che la guida conosce un po’ tutti questi gendarmi, così da velocizzare i controlli, in alcuni casi un gesto di saluto è sufficiente. Al primo invece la sosta dura qualche minuto di più perché c’è fila, mi viene specificato fin da subito che in questi luoghi non si può fotografare, per non incorrere in guai, prendo nota. La prima tratta, tutta su asfalto è in direzione nord-est lungo la N1 destinazione Akjoujt, il deserto è già padrone del posto. Il pochissimo sonno della notte precedente viene assorbito con qualche momento di riposo, la strada asfaltata lo consente, dopo circa 3h siamo a destinazione per un giro al mercato, in un paese dove il mezzo di locomozione principale è il carretto trainato dall’asino. E’ il paese d’origine della nostra guida, ci permette di interloquire con la popolazione, poi ripartiamo per far tappa nei paraggi nella zona di Agantul, dove si scorgono resti di una foresta pietrificata. Veloce pranzo all’ombra, salendo sulla roccia che ci fa da riparo la vista si amplia, il sole scalda, i 25° si passano facilmente, è ventilato e pure salire la montagna di fronte è facile e non si suda nulla, la magia del deserto. La vista ripaga, l’infinito inizia già a presentarsi, tra dune, rocce e vallate ed una sorta di deserto nero tra montagne rocciose. Ripartiamo lungo la strada asfaltata lasciata solo per questa piccola deviazione, la lasciamo dopo 20’, tagliano tra dune e villaggi costituiti solo da capanne di rami, con bambini accorrenti urlando l’ormai standardizzato cadeau-cadeau. Destinazione Azoueiga (scritta anche come Az Weiga), tra le dune dell’Amatlich, talmente perfette da sembrar finte. Color ocra, con cielo azzurro intenso, non lontano palme secolari, il campo verrà preparato proprio qui nel mezzo, dandoci il tempo di salire le dune per perdersi a piacimento tra le creste, dove cercare un posto idilliaco per il tramonto. Salendo le dune, si scorge sempre una cresta oltre che pare la più alta, peccato che raggiunta il mare di dune ne presenti sempre un’altra che pare ancora più alta e bella, così il cammino è infinito. Il tramonto colora le dune d’intensità crescente, non si vorrebbe scendere mai, lo faccio quando il sole è già dietro all’orizzonte e la luce velocemente cala. Nel frattempo il campo è già stato preparato, le tende mauritane montate si presentano comode, molto larghe e ben protette dalla sabbia. A disposizione abbiamo un dispenser per l’acqua potabile ed una tanica con un minimo d’acqua per lavare mani e denti, per i bisogni basta oltrepassare la prima duna, sperando che qualcuno non abbia avuto la medesima idea. Qui, (posizione 19° 51’ 22” N-13° 33’ 54” W) fanno tappa anche altri gruppi, fortunatamente nessuno particolarmente vicino, ma nei paraggi, chi va ad Azoueiga qui si ferma. Prima cena nel deserto, buona ed abbondante, serviti pure dolce e frutta, per terminare caffè o tè a piacere, la temperatura cala non di poco ed il vento si alza, non fa freddo, si resta sempre tra i 10 e 15° per tutta la notte. Dal nulla sbucano due signore con souvenir da vendere, da dove siano arrivate resta un rebus, se ne stanno in disparte, per nulla insistenti, ci si sente quasi in colpa a non comprare nulla, e per il bene di tutti, c’è chi cede subito. In tenda, dotata di materassino, si dorme decisamente bene, con un sacco a pelo da 0° comfort fa per perfino caldo. A disposizione il servizio di Starlink da parte della guida, gratuito (compreso nel prezzo del viaggio…) funziona ottimamente. Percorsi in jeep 355km, a piedi 9,5km.

Presso la cooperativa di lavoro femminile a Ersh-Telly
3° giorno
La notte passa senza freddo nelle ampie tende, riporto che forse il mio sacco a pelo sia eccessivo per questi luoghi (comfort 0, extreme -9), ma per evitare rischi da freddo nel deserto avevo optato per una soluzione “pesante”. Prima colazione da campo, abbondante, smontato il campo si parte, ora il percorso è tutto in fuoristrada, sgonfiate le gomme già da ieri, si procede senza grandi problematiche. Si sale e scende dalla dune per arrivare in un luogo (19° 52’ 19” N-13° 32’ 10” W) dove convergono più colori della sabbia. Particolare come visione, anche se non ci sanno spiegare a cosa sia dovuto. Sosta presso una cooperativa di lavoro femminile nella località di Ersh-Telly, una decina di donne espongono le loro lavorazioni e son particolarmente avvezze alla vendita. Qui vi è anche un pozzo dove attingere acqua, non per bere ma per cucinare o per veloci lavaggi. Dista poco il caratteristico villaggio di Lagleitat (19° 37' 0" N-14° 10' 59" W), per proseguire verso il passo Tifoujar, valico panoramico dell’altopiano dell’Adrad (20° 5’ 35 N-13°12’ 14 W). Da un lato le rocciose montagne di pietra nera, dall’alto le gialle dune, e proprio tra queste si scende a precipizio verso la valle bianca. La discesa la facciamo a piedi, per risalire sui pick up destinazione oasi di Toungad, il villaggio dei datteri. Sorge sopra la grande distesa di palme, architettura desertica ben mantenuta, ad oggi praticamente spopolato poiché non è stagione di datteri, ma quando la raccolta impazza, raccoglie fino a 1.500 persone. Facciamo tappa per pranzo da campo nei dintorni, raggiungendo la jeep dei cuochi dopo un lungo girovagare per la valle. Il posto pare una copia del celebre Sossusvlei, Namibia, pure con alberi che paiono disegnati (20° 6’ 0” N-13° 9’ 15W), abbiamo tempo per esplorare a piedi il luogo che merita assolutamente di essere visto e vissuto. Si riparte lungo sentieri poco battuti per risalire il canyon di Turvin che rimiriamo pure dall’alto una volta rientrati sulla strada asfaltata, route d’Aoujeft. Lasciamo dopo poco l’asfalto per inoltrarci verso l’oasi di Terjit, dove, parcheggiati i mezzi si continua a piedi. Il canyon si stringe, il corso d’acqua porta un po’ di fresco e ci sono alcuni posti di ristoro, faremo tappa a seguire, si può proseguire sempre a piedi per risalire il canyon e salire sulle cime che lo circondano, godendosi così una vista completa dell’area. Il percorso è semplice, una volta arrivati sopra al canyon, le cime sono varie e si possono scegliere a piacimento, quelle nel versante che volge a nord-est, regalano uno spettacolo maggiore, soprattutto perché non essendoci una vera e propria cascata al momento, le altre sono meno interessanti. Scesi e gustato un tè al Tarjit Oasis, rientriamo ai pick up per un veloce spostamento nell’area dove faremo campo notturno, di fronte alle montagne che creano il canyon Turvin. Non è ancora sceso il tramonto, così ne approfittiamo per salire verso queste e goderci da qui un coloratissimo tramonto, il rientro è già al buio, guidati dal fuoco che già sorge al campo, in zona 20° 15’ 35 N-13° 6’ 15 W. Predisposte le tende e preparata la cena, sempre ottima ed abbondante, qui la temperatura è più bassa per via del vento, ed un k-way aiuta nel far serata attorno al fuoco ad ascoltare storie e leggende del deserto. Percorsi in pick up 130km, a piedi 9,5km.

La città carovaniera di Chinguetti
4° giorno
Notte tranquilla anche se la ricordo come la più fresca del viaggio, colazione solita, con tè per riscaldarsi, appena caricate tende e bagagli si parte lungo la strada asfaltata, destinazione il villaggio di Mhairett. Prima di giungere al villaggio, sosta ad un punto panoramico dove, non casualmente, donne del luogo hanno allestito la loro galleria di vendita di stoffe coloratissime. Da qui si scorge il villaggio e la valle che porta alla guelta di M’Hairett, il lago. Raggiungiamo il villaggio scendendo una ripidissima strada asfaltata, dal centro si prende il wadi del fiume, particolarmente sabbioso, i pick up devono affrontarlo tutto con le ridotte inserite. Dal punto in cui si viene lasciati non si scorge il lago, una breve camminata ci porta verso questo specchio d’acqua limpidissima che riflette da una parte le dune ocra, dall’altra le montagne rocciose nere. Abbiamo tempo per salirle entrambe, godendo così di viste particolari e ben differenti l’una dall’altra. Il lago, alimentato nella stagione delle piogge da un impetuoso fiume, spezza l’area in due parti, da una dune su dune, dall’altra rocce, un confine naturale. Al rientro notiamo che qualche venditore di bibite è comparso, così come una venditrice di souvenir, affrontando a piedi almeno 2km dal villaggio carichi di suppellettili. Da qui prendiamo un sentiero roccioso che taglia tutta l’area, non certo veloce ma molto più spettacolare della strada asfaltata verso la mitica città di Chinguetti, patrimonio Unesco, settima città santa dell’islam e tappa basilare della lunga traversata carovaniera di 52 giorni da Timbuktu (Mali) a Zagora (Marocco). Ritroviamo l’asfalto a 50km dalla cittadina, che raggiungiamo in breve varcando la porta che da il benvenuto a tutti i viandanti. Vi sono 2 città, la moderna, che attraversiamo entrando, e l’antica, dove abbiamo appuntamento per visitarla e per entrare in una delle sue storiche biblioteche. Qui, nel mezzo del deserto, venivano conservati testi fondamentali per la conoscenza umana, medicina, astronomia, poesia, matematica, e ovviamente religione. Il deserto ha da sempre messo a rischio questi tesori, già questa parte della città definita antica non è il primo insediamento di Chinguetti, quello resta spostato di qualche km, ma a parte una torre nulla compare. Proprio in quella zona, presso un basico Auberge Ederig facciamo tappa per pranzo, ne approfitto per attraversare il wadi fino ad una parte dei resti dell’antica Chinguetti, quel che resta tra le sabbie (20°29'02.0"N 12°19'32.0"W). Il sole batte forte qui nel nulla, fortunatamente il clima è particolarmente secco e si cammina senza problemi. Rientriamo nella città vecchia perché abbiamo appuntamento per visitare una delle biblioteche, denominata Al Ahmed Mahmood. Un ingresso in cui occorre chinarsi apre ad un cortile con più porte, una di queste conserva in raccoglitori stile catasto italiano anni ‘50, testi preziosissimi. Il titolare descrive la storia ed illustra alcuni libri, è abituato a queste visite, quindi sa perfettamente intrattenere il pubblico in un ottimo francese, dando pure la possibilità di fotografare i testi mostrati. Terminata la visita, tappa obbligatoria al Rapas Magique, una caffè da dove si può rimirare al meglio la parte storica della città e la moschea. Il tempo di un tè o di un caffè, per poi girare le polverose vie della città, tutte su sabbia, l’asfalto non entra nel cuore della città. In larga parte in rovina, col deserto che pian piano si mangia anche questa parte, conserva un fascino da ultimo avamposto del Sahara, qualche bottega sorge qua e là, presso un’abitazione privata un abitante mi lascia entrare per salire sul tetto della sua torre da dove domino il villaggio. Accudisce capre, da cui ricava preziose pelli per ottenere lavorazioni varie, da capi d’abbigliamento a otri per acqua o altri liquidi, vista l’abitazione, l’attività ha una buona resa. Terminato il peregrinare tra le strette viuzze e le costruzioni che tendono a cadere a pezzi, attraversiamo a piedi l’area vuota che separa le due città per giungere in quella nuova, dove la storia manca ma c’è un briciolo di vita, attività commerciali e asfalto. Un po’ come tutti quelli che fanno tappa a Chinguetti, il tramonto lo si rimira sulle dune (20° 27’ 58” N- 12° 20’ 45” W), e qui gli autisti si divertono nell’improvvisare salite di ogni tipo, in alcuni casi, occorre scendere a spingere. Dune a perdita d’occhio, ognuno può trovare la propria isolata, quando il buio diviene padrone del deserto rientriamo in città per far tappa all’Auberge Caravane du Desert. Noi siamo nella parte più a nord, non quella storica ed architettonica. Oltre al materasso c’è pure un comodo cuscino e qualche coperta, oltre ad una ciabatta per poter ricaricare più elementi dotati di batteria. Bagno in camera, ma acqua solo fredda, mentre nel bagno esterno comune c’è acqua calda, ma pure una lunga fila, data la temperatura, anche la doccia fredda ha il suo perché. Nell’albergo c’è il suo wi-fi, niente starlink questa sera, si cena in hotel dove ci raggiunge il titolare dell’agenzia con cui viaggiamo per raccontarci vari fatti della storia mauritana, in un ottimo italiano. Cena al solito abbondante, direi eccessiva, dispiace dover rimandare indietro piatti non consumati, ma le quantità sono enormi. Percorsi in jeep 135km, a piedi 14,5km.

Bottega di strada, Ouadane
5° giorno
Colazione in hotel ma preparata con le nostre cose al seguito, quasi come fossimo ancora nel deserto. Salendo sulle mura che delimitano l’hotel, si gode di una bella vista su Chinguetti, che velocemente lasciamo per addentrarci sul cammino del giorno prima, dove sorse il primo insediamento dell’antica città carovaniera. Di questo antico insediamento resta però ben poco, dispersa tra le sabbie si può ammirare solo una torre rimessa malamente a nuovo e poco altro. Si parte per Ouadane, altra città carovaniera perfino più vecchia di Chinguetti, ma prima di arrivare ci sono paesaggi mozzafiato nel deserto poiché per raggiungerla tagliamo nel nulla passando dall’oasi di Tanouchert. Un gola tra montagne si apre su questa vista in lontananza che pare un miraggio, salendo sulle montagne al termine lo scenario è impressionante, le tracce lasciate dai mezzi passati formano una specie d’imbuto che converge nell’unica traccia verso l’oasi. La particolarità di questa oasi è data dal fatto che sorge nel mezzo del nulla, non come le altre che si trovano a ridosso di vallate o montagne percorse nella stagione delle piogge da ruscelli, qui l’acqua è un piccolo miracolo che permette alla gente dell’oasi di vivere, o meglio, sopravvivere. Non gradiscono foto, alcune donne predispongono piccoli banchetti per vendere la solita mercanzia che si trova ovunque, non c’è traccia di uomini visto che sono fuori dall’oasi a curare gli animali. Semplici baracche costruite coi rami degli alberi da dattero, alcune ricoperte da teli, poche costruzioni in mattoni che fungono da deposito per le sostanze più preziose, cibo e poco altro. Attorniata da dune contraddistinte da piccoli e caratteristici alberi, pare un vero e proprio borgo evocativo della dura vita desertica se non fosse vero. Da qui a Ouadane è deserto, niente tracce, navigazione con bussola, percorso accidentato fin quando non si s’incrocia la strada principale pochi km prima, che lasciamo per salire sulla collina a fianco, quella con la grande scritta وادان ed una stele con un verso del corano, tanto cara alla nostra guida che, scusandosi mille, volte chiede se possa avere una foto con lui tra la scritta. Alcuni ragazzi del luogo stavano facendo una grigliata proprio qui, li disturbiamo e velocemente lasciano il campo, almeno fin quando scendiamo alla città storica vera e propria, che dall’alto pare una sorta di Matera di mattoni costruita sotto la parete della montagna. Le 2 antiche città carovaniere distano 100km, circa 30 in più se si procede per la strada principale, sicuramente molto più comoda ma con molto meno fascino. Costruita nel XII secolo, dove sorse la prima università del deserto, divenne un fondamentale avamposto portoghese per via degli scambi che vi si effettuavano, compreso quello muto, di cui veniamo edotti. La visita la effettuiamo al seguito di una guida ufficiale, non sarà quanto di più approfondito ci sia, ma il personaggio è di una simpatia unica, quasi come i suoi denti...Il percorso a piedi segue l’itinerario dal basso all’alto, la prima spettacolare visita è all’antica moschea che ha nel suo cortile una costruzione ad oggi scoperchiata ad archi, imperdibile, a piccoli gruppi si può salire sul minareto per godersi al meglio la vista. Salendo si passa per la via dei 40 saggi per arrivare in un tranquillo angolo dove le venditrici espongono i loro prodotti, tra i quali teli dai colori intensi, stesi sulle pareti storiche della città, patrimonio Unesco. Alla sommità sorge la seconda moschea, raggiungibile dal lato esterno, ma non visitabile, in funzione e vietata ai non musulmani. Conclusa la visita alla parte storica che s’integra con la parte attuale (definirla moderna proprio no), scendiamo dalla montagna per raggiungere un’area per il pranzo nei dintorni, al termine di una valle non distante che si chiude, lasciandoci tra due creste di montagne rocciose (20° 56’ 5” N-11° 35’ 26”W), punto in cui faremo campo per la notte. Terminato velocemente il pranzo, nel pomeriggio ci attende uno spostamento tutto nel nulla verso uno dei luoghi più incredibile del pianeta, la Struttura di Richter, o Qalb ar-Rīšāt, o ancora meglio, l’occhio del Sahara. Si tratta di una struttura concentrica di 40km di diametro con 7 cerchi al suo interno, della sua origine c’è ancora mistero, se non teorie differenti, antico cratere, base d’impatto di un gigantesco asteroide, cupola vulcanica e così via. La vista migliore è quella dal cielo, visibile anche in aereo, per giungervi al centro si percorrono indicativamente 55km, i primi 18 in piano fino ai resti di un forte portoghese (evitabile) nella zona di Aghwadir, i restanti entrando nella struttura su percorsi meno comodi fino alla salita finale in cui il sentiero sale tra pietre e sassi. Dall’alto si domina una sorta di cratere chiuso per tre quarti, è possibile percorrere a piedi l’intero periplo per ammirare tutta l’area, a metà decido di scendere, tagliare il fondo fino ad un piccolissimo insediamento costituito da una costruzione in muratura ed alcune baracche di rami. Qui mi viene incontro un ragazzo che parla un ottimo francese, mi illustra la sua vita qui (nel nulla totale), vita dedicata all’allevamento del bestiame recuperando la poca acqua grazie ad una pompa alimentata da un pannello fotovoltaico. Intravvedo nelle baracche muoversi qualche persona e delle capre, ma nessuna esce, lui invece ci tiene a mostrare il suo “cortile” e la sua costruzione in mattoni coloratissimi, che mi spiega dipinti da poco. Al termine della conversazione, quando gli faccio i complimenti per la bella vista che si gode ogni giorno, se ne esce con un bien sûr, ici c’est le paradis, a cui non so più cosa controbattere. Risalgo la montagna tra pietre taglienti per ritornare al punto panoramico (21° 7’ 22” N-11° 24’ 5” W) e da lì ai pick-up che ci riporteranno nell’area del campo, trovando pure una sorta di piccolo mercato allestito da 4 donne del luogo che non si capisce da dove potranno mai arrivare. Insabbiamenti vari, cercando di stare al passo con una carovana di dromedari ed asini, per uscirne in giro a recuperare arbusti o piccoli rami, qualsiasi cosa si riesca a frapporre tra la tantissima sabbia e le ruote. Raggiungiamo il campo col sole che ha già lasciato la compagnia, cena solita, molto abbondante in una serata dove, protetti delle rocce e senza vento, fa più caldo delle altre sere. Ad un certo punto vediamo dei fari avvicinarsi, qui nel nulla fa sempre impressione, sono quelli del pick-up del titolare dell’agenzia che consegna un bagaglio non arrivato a suo tempo a Nouakchott, da lì è stato spedito all’aeroporto di Atrar, non troppo distante, e da lì recapitato nel deserto. Il caffè sulle braci si fa attendere ma ha sempre un certo fascino ed un gusto tutto suo, più ricco, poiché sale più lentamente. Percorsi in jeep 173km, a piedi 11km

Mercato del pane, Atar
6° giorno
Se la sera era parsa calda, la notte si rivela invece fresca, iniziamo la colazione col sole ancora coperto dalle montagne, poi pian piano emerge e le colora in modo fantastico. Tappa in centro a Ouadane, per recuperare un po’ d’acqua e soprattutto per far rifornimento. Non si scorgono distributori, ma magicamente compaiono. Le pompe sorgono dentro a sportelli nelle case, da lì esce la pistola ed il tubo, non ci sono le solite costruzioni a cui siamo abituati, per quello pareva un’impresa impossibile. Certo, la lentezza del rifornimento è un dato di fatto, ma permette di perlustrare le vie su terra battuta di Ouadane, botteghe colorate, abitanti locali intenti nei loro lavori e nelle compere, poi su strada vera e propria, parte già costruita, parte in divenire che ci costringe a costeggiarla con varie salite e discese, raggiungiamo Atar, la città principale della Mauritania del nord. L’Ebnou pass ci obbliga ad una salita e discesa non semplice, il percorso è ancora tutto sterrato e franoso, una sorta di taglio della montagna sul precipizio, bello da guardare, meno da guidare, soste da farsi per rimirarsi gli scenari, attorniati da montagne dalle forme più immaginifiche. Un riferimento : chi ha visto il film Sirāt, percorso analogo a quello della scena più impressionante. 177Km dalla partenza, raggiungiamo il centro cittadino, che dopo il deserto e le antiche città carovaniere pare di essere giunti nel pieno di Città del Mexico o metropoli del genere. Lasciamo i pick up che procedono ad alcune sistemazioni e per acquisti di generi alimentari freschi, visitiamo il centro cittadino che in realtà è un totale mercato, all’aperto e al coperto. Svettano subito i venditori di pane che utilizzano come banco le carriole, coperte di baguette, pane economico e molto buono, poi si trova di tutto, dalla bottarga di pesce alle bilance per pesarsi, confusione a profusione, ma pericoli zero. Qui più facile fotografare, con una temperatura che rispetto ai giorni precedenti è salita, sfiorando i 30°. Pochi km fuori da Atar sorge l’antico centro di Azougui, capitale del regno degli Almoravidi, chiuso a chiave e senza un addetto nei paraggi. Facciamo un giro attorno al sito, che se non si è un archeologo professionista, altro non è che un ammasso di pietre, pure un po’ casuale. Poco distante, in una zona di bel deserto giallo tra antiche piante di datteri facciamo tappa (20° 39’ 6” N-13° 40’ 13” W) per ripartire velocemente in direzione Choum, il punto più a nord del nostro itinerario. Choum è un luogo strategico perché da qui passa il treno del deserto, di fatto l’unica vera cittadina mauritana toccata da questo fondamentale treno merci, ci sono quindi negozi, ristoranti, meccanici e tante attività artigianali, tra le sue poche vie spazzate dalla polvere, oltre ovviamente alla ferrovia ed una sorta di stazione. La particolarità è data dal colore delle case, ognuna ne esibisce uno diverso da quelle attigue, regalando così anche ad un paese senza attrattive, una sua particolarità. Da qui andiamo ad ovest, non c’è più sentiero, il riferimento è la ferrovia, proseguiamo il più veloce possibile per giungere prima del tramonto nell’area dei grandi monoliti, nello specifico quello di Ben Amera, il secondo più grande del mondo dopo Uluṟo in Australia. Sui metri esatti le info sono varie, si va dai 630m totali, ai 550m, con la parte che sporge sui 380m, ovvio che questa parte possa variare a seconda dei venti che spostano le dune. La gara tra le jeep ci permette di giungere dal lato sud ovest di Ben Amera prima del tramonto, nell’ultima parte la jeep s’insabbia, poco male, di corsa al punto migliore per godersi la vista, per uscire dai guai ci penseranno gli autisti, perdersi questo spettacolo è impossibile. L’enorme roccia rossa, colorata dagli ultimi raggi solari pare una vera e propria bomba sulla terra, terminata questa vista l’aggiriamo per far campo nella parte nord tra le dune, ora il tramonto ha colorato il cielo e lo spettacolo emoziona. Se si sale sulle dune la temperatura scatta in alta in modo rapidissimo, sarà l’energia irradiata dal monolite! La cena sarebbe quella da cenone di fine anno, poiché i tempi del campo fino ad ora non ci hanno mai portato molto avanti con l’orario, decidiamo di anticipare i festeggiamenti, in una notte dove la luna piena ci evita le luci delle torce. Terminata la cena, e l’ormai canonico caffè sulle braci, un salto alla base del monolite non posso negarmelo, pare lì vicino...in realtà sarà oltre un km di distanza su è giù per le dune, in una serata che protetti dal monolite pare decisamente più calda delle precedenti. Tempo di festeggiamenti in base ai vari fusi orari, prima di riposarsi in vista di un trasferimento l’indomani lungo e scomodo. Se non si è provetti free climber, l’ascesa al monolite non è fattibile, ci sono percorsi di salita dedicati con passaggi specificati lungo ferrate, ad oggi però sprovviste di cavi, al di là del fatto che non mi sono interessato se siano necessari permessi speciali. Data la particolarità del luogo con monolite, nei dintorni, più di un campo di viaggiatori sorge, oltre ad uno fisso. Percorsi in jeep 357km, a piedi 11,5km

Città storica di Ouadane
7° giorno
Esco dalla tenda mentre i colori dell’alba illuminano la spettacolare area in cui mi trovo, e salendo una piccola duna percepisco un lontano fischio, guardando meglio, dietro Ben Amera scorgo in arrivo il treno del deserto. E’ in lontananza, piccolo piccolo, ma infinito, speravo di poterlo vedere da vicino, ma anche in un contesto del genere ha il suo fascino. Colazione in un clima più caldo delle mattinate precedenti, poi in jeep andiamo alla base del monolite per poi prendere a nord in direzione del suo compagno, Ben Aïcha, indicativamente 400m d’altezza e dal diametro minore, ma molto più affusolato. La particolarità è data anche dalle opere artistiche incise nelle pietre della sua parte sud-est, realizzate da svariati artisti africani nel 1999 per festeggiare il passaggio del millennio. Si tratta in più casi di ritratti di animali, altre di libera interpretazione alcune che sorgono su più rocce, lo aggiriamo toccando il confine tra Mauritania e Sahara Occidentale, territorio rivendicato e amministrato dal Marocco ma di fatto non di sua appartenenza, poiché rivendicato anche dalla Repubblica Democratica Araba del Sahrawi e dal Fronte Polisario, col quale la Mauritania combatté una lunga guerra dalla liberazione al 1974. Ovviamente il confine è un’idea, non c’è traccia, né posti di frontiera, il rischio grosso è quelle di trovarci ancora mine. Rientriamo nel villaggio di Ben Amera, dove staziona il treno turistico del deserto, data la popolarità del treno merci vero e proprio, è stato istituito quello turistico per cercare di evitare che soprattutto i turisti l’assaltassero per crearne un’esperienza estrema. E’ composto da la locomotiva dello stesso tipo e da 3 carrozze, una di lusso, a due piani, quello superiore con comode e larghissime poltrone, quello inferiore dove potersi sdraiare a gustarsi un tè o un caffè, una carrozza standard con panche di legno e dimensioni più ridotte, ed una terza per ricreare il merci vero e proprio, un cassone di ferro dove caricare i materiali dalle miniera, qui ad uso passeggeri, per terra sul ferro. Non c’è un servizio vero e proprio con orari esatti, occorre adattarsi a quelli del merci, pure la partenza può variare da luogo a luogo, per utilizzarlo serve grande flessibilità e tempo. Da qui per circa 90km nel nulla assoluto costeggiamo la ferrovia verso Tmeimichat, e poco prima di giungere al villaggio vediamo arrivare il treno. Sosta obbligata per vederlo, fotografarlo ed ammirare questo infinito complesso di ferro che svolge un ruolo primario nell’economia nazionale. Il treno più lungo del mondo è formato da più locomotive diesel, in questo caso solo 2 poiché viaggia vuoto verso la miniera, congiunge Zouérat nel nord, col porto di Nouadhibou distante circa 700km. Dalla miniera si ricava principalmente ferro, spedito in tutto il mondo, ultimamente Cina che ricava dal paese anche altri materiali preziosi, in cambio di strutture sul territorio. Formato da 200/300 vagoni a seconda del trasporto, può raggiungere e superare i 3km di lunghezza. La popolazione locale potrebbe utilizzarlo gratuitamente salendo sopra ai vagoni caricati dal ferro, esperienza che le autorità vorrebbero vietare ai turisti, ma nel nulla, impresa non banale. Va detto che le condizioni in cui si viaggia sono dure, le fermate non sono garantite, il treno viaggia forte, può rallentare o fermarsi in prossimità dei pochi paesi che incontra, ma questo non è dichiarato alla partenza, di giorno sotto il sole cocente, di notte nel freddo del deserto, costantemente ricoperti dalla sabbia e dai fumi emessi dai potenti motori diesel, ma l’esperienza resta unica ed inimitabile. Nel villaggio di Tmeimichat, siamo rincorsi dai bambini che gridano all’impazzata il solito cadeau-cadeau, del resto qui capita di rado di averne, c’è possibilità di qualche acquisto di generi di prima necessità e poco altro, il villaggio è formato da alcune case sul lato sud della ferrovia e poco altro su quello nord, con strutture dedicate al treno. Donne dai vestiti coloratissimi si stagliano sotto un sole che batte forte, da qui iniziamo a prendere sentieri più a sud che ci conducono nella pausa pranzo in un luogo che sorge sotto ad una piccola montagna, a sua volta un monolite, poiché anche se non enormi come Ben Amera e Ben Aïcha, in zona se ne vedono numerosi. Sul luogo (21°01'52.0"N 15°17'47.0"W), consumato un veloce spuntino, decidiamo si salire il monolite, 15’ sotto al sole cocente, ma la magia del deserto, secco all’inverosimile e ventilato, permette di non sudare minimamente. La vista spazia all’infinito ed anche oltre, facendoci sembrare un nulla, dopo aver percorso circa 200km dalla partenza. Ripartiamo, s’incontrano carcasse di animali, capre e dromedari, se nemmeno loro ce l’hanno fatta, significa che le condizioni di vita qui nel mezzo sono al limite del proibitivo, poi dopo circa altri 90km c’è una pista e dopo altri 10km incontriamo la strada asfaltata N2. Pochi km ed entriamo a Chami, facendo sosta al primo distributore alquanto battuto, dove incrocio un motociclista tedesco che con la sua BMW F900 GS sta compiendo un viaggio di mesi, Malaga-Città del Capo. Qui facciamo scorta di carburante, acqua e prodotti freschi, lasciamo l’asfalto nel centro cittadino per andare sul mare in direzione di Arkeiss, all’interno del grande Parc National du Banc d’Arguin, patrimonio Unesco, per uno dei più estesi santuari ornitologici del mondo. Si percorrono altri 15km tra le dune gialle e ocra del deserto che volge all’oceano, dove faremo tappa nel campo tendato ed attrezzato di Camping PNBA. Niente montaggio tende, ci sono già, dotate anche di cuscini, i servizi però sono alquanto basici, i bagni emanano un odore pestilenziale, le docce tanto attese non sono altro che sgabuzzini dove portarsi un secchio d’acqua fredda, ma almeno ci si può lavare. C’è anche servizio ristorante, ma non l’abbiamo testato, utilizzando sempre la cucina al seguito, prima di cena un giro lungo le acque oceaniche che lambiscono la penisola ed uno risalendola la collina per ammirare il tramonto. Incontro un ragazzo francese che con una nuovissima Kove 800 sta percorrendo l’antico cammino della Parigi-Dakar, il tutto in 15 striminziti giorni. Affascinante, ma senza la possibilità di andare in luoghi imperdibili, come Ben Amera, per questioni di tempo e sicurezza, distanza troppo lunga in moto in solitaria senza possibilità di rifornimenti certi. La brezza marina abbassa la temperatura, a cena occorre coprirsi, cena che oggi sfoggia anche pesce a km zero, sempre molto abbondante. Mai come le altre sere ci viene incontro un caffè o un tè caldo, soprattutto il vento da fastidio. Percorsi 354km in jeep, quasi tutti su sterrato, buche e sobbalzi continui, a piedi 9,5km.

Capodanno al monolite di Ben Amera
8° giorno
Esco dalla tenda quando il sole non è ancora sorto, avvolto da un’umidità totale portata dall’oceano, la colazione serve a scaldarci quando le nuvole paiono per la prima volta padrone assolute. In queste condizioni partiamo verso sud sempre all’interno del parco, per visitare luoghi vari, ad un ingresso vero e proprio c’è uno scheletro completo di balena, poi proseguiamo per il villaggio dei pescatori di Iwit, distante 30km da Arkeiss. Il villaggio è divenuto celebre poiché la locale popolazione pesca solo con barche a vela, una sorta di rispetto per il pescato, qui come vedremo in seguito sempre abbondantissimo. Questa mattina il vento non spira, così quasi nessuna imbarcazione affronta il mare, i pescatori sono intenti nel sistemare le barche e le reti, qualcuno ne approfitta per un relax nel villaggio, che versa in condizioni al limite del fatiscente, diciamo molto caratteristico per esser buoni. Non amano essere fotografi, per farlo occorre chiedere, ad alcuni importa poco, altri invece sono categorici nel no. Le nuvole si sono alzate e lo spettacolo dei colori si mostra, ne approfittiamo per far tappa all’istmo di El Mamghar, dopo aver ricevuto il permesso dalla locale stazione di gendarmeria, anche questa con uno scheletro di balena a decorarla. Chiamata isola, in realtà è connessa alla terra ferma, dal versante nord percorriamo alcuni sentieri da dove si possono iniziare a vedere un’infinità d’uccelli, ma la parte più bella, anche per i colori è quella centrale, che successivamente raggiungiamo e dove s’era già appostata la jeep dei cuochi. Lì i pellicani sono praticamente tra i nostri piedi, si allontanano placidamente, e quando prendono il volo così grandi e tanti, coprono il cielo. Per gli ornitologi il luogo è un vero paradiso, ma lo è anche girarlo a piedi, le lagune hanno colori di ogni tipo, e la mancanza assoluta di costruzioni sull’arenile regala viste mozzafiato. Terminato il pranzo, ripartiamo per un’avventura lungo la costa tra oceano e dune, lanciati sulla battigia, dune coloratissime da un lato, mare ed uccelli dall’altro, il tutto in un contesto di parco nazionale, per loro è normale questo giro (esaltante, va ammesso), mi chiedo quanto possa essere sostenibile. I voli dei pellicani sono emozionanti, poi passando per Mheijratt vediamo una catena di pescatori all’opera : da chi rientra in barca col pesce, a chi lo scarica per arrivare a chi lo sceglie e lo divide fino a chi estrapola la preziosissimo bottarga. Qui sono cordiali ed amano essere fotografati, situazione che ovviamente ampliamo a più non posso, ripartiamo ritornando sulla strada asfaltata nella zona di Tiwilit, asfalto che lasciamo velocemente per far campo più a sud in un luogo incantato, tra le dune sul mare (18° 97’ 28” N-16° 12’ 24W). Prima del tramonto c’è chi affronta le acque dell’oceano, per chi come me ha poca confidenza, perdersi lungo le dune che costeggiano il mare è un incanto. Il tramonto è coloratissimo, prima sulle acque, poi sulle piccole nuvole che pare prendano fuoco, e sull’interno il cielo diventa viola, la luna una palla di fuoco ed una carovana di dromedari di passaggio sempre inviata appositamente dall’ente del turismo! La cena prevede ancora pesce, ma non solo, tira vento anche riparati tra le dune, ma l’ultima cena sotto le stelle nel deserto non poteva avere luogo migliore. C’è tempo e connessione per effettuare il check-in on line, forse il più suggestivo mai effettuato, anche questa volta, carta d’imbarco solo per il primo volo. Percorsi 194km in jeep, 10,5km a piedi

Pellicani in volo nel Parc National du Banc d'Arguin
9° giorno
Un’intensissima luce lunare illumina l’area prima dell’alba, notte tutto sommato calda, ma fuori dalla tenda l’umidità del mare ha coperto tutto di acqua e salsedine, la colazione è di fatto in piedi poiché tavoli e sedie, lasciate all’aperto di notte, sono inutilizzabili. Ultima colazione nel nulla desertico, luogo fantastico anche con la luce del mattino, si riparte una volta sistemato qualsiasi oggetto al seguito, una jeep ci ha abbandonato e dobbiamo quindi attendere anche quella dei cuochi, poco male. Si ritrova il sentiero che conduce alla statale, e poco prima va effettuato l’ultimo gonfiaggio delle gomme, non toccheremo più dune desertiche. 100Km ci separano dalla zona del mercato del pesce in capitale a Nouakchott, l’incredibile Port de pêche, situato nell’area nord della città. Più che un semplice mercato, si tratto di un vero mondo a 360°, dalla pesca al consumo e trasporto di quantità gigantesche di pescato. Già l’area di per sé merita una visita, le genti arrivano con ogni mezzo, auto e furgoni che paiono un collage dei più svariati modelli smontati e rimontati a caso, spesso vetri, sportelli, sedili e ammennicoli vari mancano, ma nessuno se ne preoccupa, son molto più preoccupati nel non farsi ritrarre. Passando tra genti, mezzi e venditori di ogni sorta, si accede alla parte dove il pesce è in vendita in parte così come pescato, in parte eviscerato e pulito, questa zona è decisamente spettacolare, però va chiesto il permesso persona per persona di fotografare, altrimenti s’incappa in litigi pesanti. Oltrepassata l’area, sia sotto le grandi tettoie, sia quella sulla battigia, arrivando calpestando di tutto, si trovano i pescatori intenti alla partenza delle coloratissime imbarcazioni per procedere alla pesca, non lontano dalla riva. Già a meno di 200 metri al largo, il mare regala una quantità gigantesca di pescato, è quasi più complesso prendere l’onda e partire che recuperare pesce. Le imbarcazioni, colorate e con bandiere di ogni tipo ad identificarle (anche italiana…) son sovente addobbate dal protettore, una figura religiosa di riferimento.

Mercato del pesce di Nouakchott
La visita è consigliabile di mattina perché l’arrivo del pescato è più intenso, ma in ogni caso luogo non evitabile della capitale. Abbiamo ancora tempo per un passaggio nell’area dove si trovano varie botteghe d’antiquariato artigianale, una decina, espongono tutte prodotti simili, da splendide valigie modello diligenza (6.000MAU, poco trattabili, non cedono nemmeno per oltre 4.000), a bauli, da monete antiche, a pelli lavorate, oppure scendendo a piccoli souvenir, calamiti con simboli mauritani su sabbia (100MAU, trattabili per quantità). Raggiungiamo il ristorante Dar Adrar, che ci farà da base, dove per il momento salutiamo jeep ed autisti. Pranzo veloce e poi, dopo aver trattato un trasporto che ci contenga tutti, destinazione mercato dei cammelli, conosciuto con quel nome, ma in realtà denominato Marché aux Bestiaux, poiché non solo cammelli vi si possono scambiare. Dista circa 30’ dal ristorante, in un traffico che si va ad intensificare, incrociando l’unico viadotto visto in Mauritania, opera recente cinese. Lo scenario impressiona, dromedari in ogni dove, la parte che si affaccia sulla via principale, Rue de l’espoir, ha i recinti per gli animali acquistati, poi si accede al mercato vero e proprio, dove qualche migliaio di dromedari va bella mostra di se. Lo scenario, coloratissimo di suo dove vi si trovano bestie bianche oltre alle solite e pure con occhi bianchi, è intervallato dai venditori in tradizionale tunica boubou azzurra o blu. Sul lato ovest vi sono le cataste di fieno per alimentare i cammelli, con un sorriso ed una promessa di foto ci lasciano salire così da goderci la vista completa del mercato, cammelli in ogni spazio dove la vista volge, qualche asino e capra, ma poco altro. Si assiste anche a scene cruente, alcuni piccoli non vogliono lasciare le madri, ed in quel caso si opera in maniera bruta, visti alcuni capi che a forza di emettere bramiti finiscono con bocca completamente devastata e sanguinante. Le contrattazioni si svolgono senza grandi aste o rilanci, gli animali son talmente tanti che c’è spazio per tutti. Un cammello può costare fino a 4.000€, intorno ai 1.500/2.000€ la cifra base, resta un investimento per famiglie ed agricoltori, qui un cammello è più importante di un’auto. Rientriamo al Dar Adrar impiegando oltre 45’ poiché improvvisi lavori stradali complicano il cammino, il ristorante ci concede l’uso docce, sono 2, peccato che una abbia solo acqua fredda, ma poco male vista la buona temperatura in città e la necessità impellente di lavarsi, dopo giorni in cui non c’era la possibilità ma soprattutto l’odore intenso che ci portiamo dietro dopo aver vissuto il mercato del pesce e quello dei cammelli. Cena serale prima di sistemare definitivamente i bagagli, verso le 22 ritornano autisti con le jeep per preparare il trasbordo in aeroporto con tutta calma, che raggiungiamo verso mezzanotte dopo grandi saluti. Percorsi in jeep 119km, 40km col pulmino taxi e 7,5km a piedi.

Il treno del deserto, area di Tmeimichat
10° giorno
In aeroporto a quest’ora di notte par di essere ancora nel deserto, occorre passare i bagagli ai raggi X per poi procedere al controllo passaporti, al solito svolto in più fasi, da riempire un modulo che viene consegnato e in pratica non letto ad un altro sportello, poi passaporto e visto verificati per procedere infine all’area internazionale, dove impariamo che il volo RAM per Casablanca arriverà in ritardo di circa 15’ causa maltempo nella città d’origine. Ritardo che manteniamo anche alla partenza con un aereo Boeing B737-800 decisamente più nuovo di quello dell’andata. Servite bibite e poi pranzo/cena, a quest’ora distinguerlo non è semplice. Atterriamo con circa 30’ di ritardo dopo circa 3:15, non direttamente al terminal servito dal finger, ma in un piazzale sotto un nubifragio, e il solo raggiungere il bus per il trasferimento è come cadere in piscina. I tempi si allungano, fortunatamente i controlli passeggeri per i voli con combinazione stretta hanno la precedenza, così correndo dal terminal 2 di arrivo a quello 1 di partenza, riesco all’ultimo a salire sul volo RAM per Bologna. Come all’andata sulla medesima tratta, si vola con un Boeing B737-8max, e come sul volo precedente, bibite (anche alcol) e pranzo, nonostante sia più un orario da colazione. Atterriamo in perfetto orario dopo 3:00 di volo, pratiche veloci al controllo passaporti, mentre al ritiro bagagli, come prevedibile, attendo a lungo senza vedere arrivare il mio zaino. Raggiungo velocemente l’ufficio lost & found, pure prima che la cinghia smetta di girare, i tempi ristrettissimi a Casablanca non hanno permesso di caricare il mio bagaglio. Svolgo le pratiche, che comportano un modulo aggiuntivo perché arrivando da fuori dall’area di Schengen va dato il consenso alla dogana per il controllo, oltre a dover lasciare chiave o combinazione in caso di bagaglio chiuso. Nonostante abbia un piccolo lucchetto con serratura TSA, quello che dovrebbe essere aperto dai funzionari doganali in tutto il mondo, qui non avviene, va lasciata la chiave, che riceverò una volta arrivato il bagaglio. Decisamente efficienti e cordiali gli addetti, va rimarcato. Così esco leggero dall’aeroporto, senza nemmeno il peso di portare lo zaino, che mi arriverà in seguito, gli addetti l’avevano subito identificato a Casablanca in attesa del primo volo per Bologna.

Mercato dei cammelli di Nouakchott
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